La rete con la valigia

giovedì, 7 giugno 2012


Operare sui mercati esteri: uno dei pochi driver per la crescita; ma, anche, un percorso a ostacoli per le PMI. Facendo rete, però…


Non basta vendere all’estero per essere internazionalizzati

Spesso, di questi tempi, internazionalizzarsi e puntare sul raggiungimento di nuovi mercati, a partire da quelli emergenti, è l’unico modo per uscire dalle difficoltà generate dalla crisi e dal ristagno economico nazionale.

Ma mercati enormi come quello indiano, brasiliano o cinese, con la loro complessità, potrebbero non essere adatti alla miriade di piccole-medie imprese che caratterizzano la realtà italiana. Imprese che hanno una grande capacità produttiva, ma che non possono contare (qualche volta) su competenze specifiche e (quasi sempre) su una scala minima di efficienza difficilmente compatibile con le piccole dimensioni.

Non è perché vende sporadicamente all’estero, del resto, che un’impresa si può definire internazionalizzata.

Una sfida difficile, ma non impossibile

Per le piccole imprese intenzionate a ‘fare sul serio’, la sfida dell’internazionalizzazione è dura: lacune informative, scarsità di capitale relazionale, scarsa visibilità e carenza di know-how tecnico, linguistico e culturale sono barriere reali che le nostre PMI, da sole, non riescono a superare quando si affacciano sui mercati esteri.

Da sole, appunto. Mentre aggregandosi possono ottenere performance aggregate migliori sui mercati globali. Oltre al fatto che ‘fare rete’ genera opportunità di crescita anche al livello della singola impresa, che diventa finalmente in grado di sviluppare le risorse strategiche e le competenze necessarie per aumentare la propria competitività e acquisire una dimensione internazionale.

Due vantaggi, anzi tre

Soprattutto alle realtà più piccole, poi, le reti d’impresa offrono due grandi vantaggi: da un lato, la condivisione del rischio; dall’altro, quella dei costi di sviluppo. Due elementi che, combinati correttamente, rappresentano davvero un punto di forza.

Senza contare un ulteriore aspetto, decisamente non da poco, soprattutto considerando le caratteristiche della cultura imprenditoriale italiana: le aziende che partecipano all’aggregazione non devono rinunciare né alla propria identità né alla propria governance.

Reti: dal dire al fare

Il contratto di rete e l’internazionalizzazione realizzata grazie alla progettualità condivisa tra più imprenditori sono stati al centro dei lavori del seminario organizzato ieri da Assolombarda. L’ennesimo evento in cui si parla, si parla e non si arriva mai al dunque?

Esattamente il contrario. Perché è vero che ci sono casi in cui, a un fiorire di convegni, articoli e dibattiti su un certo tema, per quanto interessante, le imprese non danno un seguito concreto. Mentre nel caso delle reti d’impresa l’auspicio e l’impegno di molti per la diffusione delle alleanze imprenditoriali – in prima fila Assolombarda e Confindustria, anche attraverso l’agenzia RetImpresa – sta dando risultati concreti.

In Italia sono già stati stipulati 333 contratti di rete, che vedono coinvolte 1.767 imprese. E una trentina fa addirittura parte di più aggregazioni. Una realtà diffusa sull’intero territorio nazionale, con Emilia Romagna e Lombardia in pole position.

Una realtà, anche, a 360 gradi dal punto di vista settoriale. Le reti d’impresa già attive, infatti, ‘spaziano’ dalla ricerca e innovazione alla produzione, dagli acquisti alla logistica, dalla partecipazione a gare e commesse alla proposta di marchi comuni al mercato… Fino, appunto, ai processi di internazionalizzazione, per conseguire una ‘presa’ più ampia e più efficace sui mercati.

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