Centenario Confindustria – “L’Italia che lavora l’Italia che produce”

mercoledì, 5 maggio 2010


“L’Italia che lavora e che produce”. Così Luigi Einaudi salutò la nascita, il 5 maggio 1910, della Confederazione italiana dell’industria. A tenerla a battesimo fu un robusto nucleo di imprenditori del Nord-ovest sulla base di alcune preesistenti associazioni di categoria piemontesi, lombarde e liguri. Il loro obiettivo era di far valere i propri “diritti di cittadinanza” in un Paese dove stava moltiplicandosi il numero delle fabbriche ma in cui erano ancora in molti, negli ambienti politici, a credere che fosse un azzardo avventurarsi sulla via dell’industrializzazione, ritenendo che nella divisione internazionale del lavoro l’Italia non potesse che occuparsi per lo più di derrate agricole e di prodotti semilavorati. E ciò sebbene fossero già comparsi al volgere dell’Ottocento, con o senza le stampelle dello Stato, alcuni complessi di grosse dimensioni tanto nel settore siderurgico che in quello elettrico e meccanico. Ma seguitavano a contare di più, per via di un sistema elettorale a suffragio ristretto, i rappresentanti dell’aristocrazia fondiaria e i vecchi notabili locali.

La fondazione di quel primo embrione della Confindustria valse perciò a sancire la svolta industrialista manifestatasi dall’inizio del Novecento, durante il nuovo corso liberal-riformista di Giovanni Giolitti. E l’impegno di quanti s’avvicendarono da allora nei ranghi dirigenziali della Confederazione, quali titolari delle imprese di maggior spicco, contribuì ad assecondare la rincorsa dell’Italia per ridurre le distanze che la separavano dai paesi più avanzati. D’altro canto, solo così sarebbe stato possibile affrancarsi da una condizione sia di infantilismo economico che di sovranità politica limitata, dato che si doveva dipendere, sino a pochi anni prima, dall’estero tanto per la provvista di determinati prodotti essenziali per la difesa nazionale che per l’acquisizione di gran parte degli investimenti da impiegare in alcune infrastrutture di base.

All’inizio il sodalizio che aveva visto la luce a Torino (e la cui sede si sarebbe poi trasferita nel 1919 a Roma) annoverava 1200 aziende per un totale di 160.000 dipendenti. Era un’associazione “apolitica” e, secondo quanto stava scritto nel suo statuto, intendeva “tutelare e difendere con tutti i mezzi opportuni gli interessi collettivi dell’industria e degli industriali”, “promuovere il rispetto e la libertà del lavoro”, e “favorire la buona intesa con gli operai”. Di fatto, dovendo misurarsi con le differenti logiche e strategie aziendali, la Confederazione divenne un importante luogo di confronto e una fucina di idee e di progetti. Risale inoltre ai suoi esordi la formazione di un primo sistema di relazioni sindacali con la Confederazione generale del lavoro (sorta nel 1906), che avrebbe portato, prima della Grande Guerra, al riconoscimento delle Commissioni interne e alla stipulazione di contratti collettivi di lavoro in alcuni settori.

Da allora, lo “stato maggiore” della Confindustria si sarebbe imposto al vertice dell’establishment economico, quale fautore di una crescita polisettoriale dell’apparato produttivo, e avrebbe esteso il suo campo d’azione nella vita pubblica. E ciò avvalendosi man mano di determinate leve nei rapporti con la classe politica, i circoli finanziari e i movimenti d’opinione.

Oggi che la Confindustria compie cent’anni, sono oltre 142.000 le aziende associate, e le piccole e medie imprese costituiscono il 98 per cento del totale: ciò che ha contribuito a consolidare la centralità dell’impresa nella realtà economica e sociale del nostro Paese. E fra di esse sono numerose quelle ora impegnate nell’accreditare il “made in Italy” nei circuiti del mercato globale.

In pratica, sono dunque tanti i motivi per rievocare su queste colonne (come faremo) alcune fasi più importanti, susseguitesi durante il lungo percorso della Confindustria, in relazione sia alle alterne vicende e dinamiche del sistema industriale e ai mutamenti avvenuti nella composizione e negli equilibri interni dell’universo imprenditoriale, sia agli intrecci o alle differenziazioni del vertice confederale con il potere politico e ai rapporti negoziali-conflittuali con le centrali sindacali.

Valerio Castronovo

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